Togliendo il cd di Giorgio Barbarotta dal suo alloggio si legge una dedica intrigante: “A chi non conosce linea di confine”. Si creano quindi delle inevitabili aspettative, ancor prima d’ascoltare le tredici canzoni di In centro al labirinto: piacevoli e di ottima fattura, ma non certo inclini a uno sconfinamento così marcato. Sta di fatto che il cantautore trevigiano, giunto al secondo lavoro solista dopo una militanza nei Quarto Profilo, imposta la sua musica facendo leva su una voce calda, ben impostata e dalla buona dose interpretativa, ottenendo un risultato complessivo godibile. Dietro di lui si muove una band che si disimpegna al meglio su un’azzeccata serie di variazioni ritmiche, e mette in mostra un arco timbrico di spessore, dove risultano decisive le frecce scoccate dal violino di Mirco Michieletto, puntuale nel raddoppiare le melodie di Barbarotta. Si lasciano appuntare sul taccuino, senza titubanze, sia l’ammaliante Per le strade del Mondo che la spagnoleggiante Gente di Almeria; emozionano le commoventi strofe di Inno alla vita e gli echi dell’est di Balcanica; è degno di nota anche l’adattamento in italiano della dylaniana “Not Dark Yet” che diventa la profonda Non è ancora buio. Barbarotta, nel suo labirinto compositivo, si ritaglia anche dei momenti riflessivi e chiaroscurali, dove emergono le parole dei suoi testi, pregni di sentimento e forgiati dall’esperienza nell’ambito letterario e poetico. Disco fatto con intelligenza, non così lontano dai cliché del panorama cantautorale italiano come lasciavano presagire gli intenti, ma sicuramente un passo avanti agli altri per contenuti e capacità di navigare al largo della banalità dilagante.
