Intervista a Giorgio Barbarotta

Ascoltando "In centro al labirinto" mi sembra di poter riscontrare un'attenzione ancora più accentuata nei confronti di sonorità e soluzioni di arrangiamento peculiari. "Gente di Almeria" sembra quasi un pezzo dei Calexico, Inno alla vita va a tempo di valzer (o di liscio), per "Eldorado" e "Balcanica" parlano il titolo,"Fuoco di bivacco" è una cosa alla Ry Cooder con il dobro che gracchia il suo arpeggio blues, da una parte il deserto e dall'altra il crepitio delle braci. Ma in generale è il disco tutto che trasuda, pur nella ricercatezza e nell'eleganza policroma degli arrangiamenti, una sensibilità folk assecondata nell'accezione più propria del termine. Come se tu ti divertissi a confezionare intorno ad ogni canzone un abito sonoro di volta in volta intonato alle più varie suggestioni popolari e tradizionali. Mi confermi questa "programmaticità"? C'entra con l'idea del viaggio e del superamento delle frontiere (culturali, geografiche, musicali) che rappresenta un po' il leit motiv dichiarato del tuo nuovo progetto?

Assolutamente sì. L'idea iniziale dell'album è nata dalla suggestione di poter oltrepassare ogni linea di confine reale e metaforica del presente attraverso lo straordinario linguaggio della musica, che nel mio caso trova spontaneamente la forma espressiva più congeniale nella canzone. Ho trovato naturale quindi dirigermi verso territori altri, conosciuti per esperienza personale viaggiando o che hanno sempre esercitato su di me grande fascino, tanto da poterli immaginare o pensare facendone materia creativa e artistica. Luoghi e culture più o meno distanti cui sono comunque legato da fili emotivi diretti. Ad Almeria in Andalucia mi sono realmente perso nel dedalo delle viuzze a sud dell'Alcazaba fino al porto in un allucinante pomeriggio di qualche anno fa; nel brano Eldorado invece descrivo ironicamente una luna di miele in Perù andata a rotoli in cui sfioro la pazzia distruttrice di Aguirre furore di Dio di herzogiana memoria. Amo muovermi in maniera dinamica tra generi, tematiche e atmosfere, non credo negli album in cui le canzoni si succedono sostanzialmente una uguale all'altra, per cui nelle varie tappe del ed, quasi delle stazioni, ho attinto a piene mani dai vari incontri avuti con la musica popolare. Stimolante quindi "piegare" input di diversa provenienza sonora alla propria sensibilità d'autore. Gli arrangiamenti dell'intero lavoro sono stati coerenti con la scelta di contaminare e lasciarsi contaminare lungo la strada dell'ispirazione. Confermo dunque questo come il disco più folk che abbia realizzato in quattordici anni di attività musicale. Ne è ulteriore riprova il grande lavoro svolto attorno ad una delle caratteristiche fondamentali della tradizione culturale radicata al singolo territorio: il ritmo. Assiduo confronto e ricerca in tal senso sono stati svolti insieme al mio batterista, Nicola "Accio" Ghedin. Ci sono brani in 4/4 con spostamenti d'accento, 5, 6 e 7/8.

So che oltretutto tu e il tuo gruppo avete recentemente intrapreso una tournée in Bosnia. Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Hai intenzione di proseguire questa esplorazione dell'"esportabilità della tua musica?"

Per il secondo anno consecutivo ho avuto il piacere e l'onore di essere invitato e partecipare alla Settimana della Cultura Italiana in Bosnia-Erzegovina tenendo 6 spettacoli dal vivo e vari incontri. Si tratta di una grande rassegna che comprende performance di musicisti, attori, pittori, poeti e narratori, conferenze, dibattiti, convegni di storia, design e architettura, incontri eno-gastronomici e tutto quanto faccia parte del dna del nostro paese e materia di scambio pacifico tra i popoli. Sono orgoglioso di essere arrivato nei Balcani da artista completamente indipendente, entrato in contatto con gli organizzatori e le associazioni culturali del posto tramite web. Si è instaurato un rapporto di sincero rispetto e stima reciproca. Ad aprile-maggio tornerò probabilmente in tour per spingermi anche fino a Belgrado, dove c'è gran fermento giovanile. Il clima che ho trovato nei miei viaggi in Bosnia è di piena ricostruzione post-bellica: voglia di fare, tanta grinta ed entusiasmo. Si passa molto tempo insieme a lavorare, dialogare, cercarsi, conoscersi, in un riconquistato ambiente a misura d'uomo. Ovviamente il percorso è lungo. C'è sostanziale semplicità, contano gli aspetti concreti della vita, non il superfluo o l'inutile. Non ci sono nevrosi da paese occidentale. Per certi versi ricorda alcuni aspetti dei nostri anni 50-60. La sensazione pensando a una certa Italia di oggi è quella di rammarico per non rendersi conto dei grandi privilegi quotidianamente sprecati di cui si gode ormai da parecchio tempo. Parlo di più o meno stabilità, agiatezza, libertà, possibilità, benessere. Non sono regali dall'eterna durata, sarebbe bene metterli a frutto migliorando e innalzando lo status quo generale. Confido in molte belle giovani teste pensanti per introdurre una mentalità più propositiva ed efficace per il bene di tutti. La vecchia classe dirigente è al collasso. Anche in ambito musicale ho riscontrato in Bosnia professionalità degli addetti ai lavori, curiosità, preparazione e accoglienza calorosa del pubblico, riconoscimento al ruolo dell'artista. I locali sono affollati e il gap della lingua non esiste: la gente scandaglia il tuo volto alla ricerca del significato delle parole, di una chiave d'accesso alle canzoni e generalmente la trova; un buon concerto dal vivo fa il resto. Con l'aiuto di qualche promoter e la rete di amicizie creatasi credo che avrò modo di cantare e suonare spesso in quelle terre. Portare la propria musica oltre confine è quasi doveroso e ovvio vista la condizione attuale dell'intero settore e non solo nella penisola.

Poi c'è il motivo del labirinto. Figura dello smarrimento per antonomasia. E significativamente c'è un centro da cui traguardarlo, questo labirinto; un centro che denuncia una posizione di relativa stabilità, di un singolare equilibrio che nasce proprio, quasi paradossalmente, dal suo porsi come crocevia, luogo di con-fusione di spinte e alternative contrastanti. Come dire che la coerenza si produce come sintesi di apparenti contraddizioni? Che soltanto vivendo il molteplice si persegue l'Uno? Il famoso "centro di gravita permanente" non è altro che una sintesi tra le parziali, relative insicurezze che sono l'esito di altrettante esperienze di viaggio e di vita?

Il senso dell'intero album è racchiuso nella title-track e brano d'apertura In centro al labirinto in modo programmatico. Il labirinto è un elemento dai molteplici significati, è luogo in cui ci si può perdere e ritrovare ed il suo centro in particolare nasconde un'idea ambivalente: è il punto più lontano dall'uscita ma anche la base da cui partire con la piena consapevolezza di sé stessi per cercare, scoprire il mondo attorno, cercarsi, conoscersi dentro. Movimento e staticità, azione ed interiorità come archetipo dell'esistenza. Dietro al senso di claustrofobia riprodotto dall'ossessivo incedere del pezzo si cela l'ombra della cittadina di provincia chiusa in sé stessa e del fazzoletto di pianura in cui è relegata, poche decine di chilometri strette tra strade intasate e campi e fabbriche, stretta tra mare e monti, una sorta di molteplice cinta muraria concentrica. Credo si percepisca all'ascolto l'attaccamento alla terra natia che continuo nonostante tutto a provare ma anche l'ansia da reclusione vissuta con sempre maggior disagio. Naturale quindi cercare vie d'uscita, incamminarsi periodicamente altrove e con vari mezzi, in senso fisico, mentale o spirituale. Respirare a pieni polmoni per cercare ossigeno ma anche vivere al meglio ogni singolo giorno buono calandosi nella propria realtà d'origine. Magari contribuendone al miglioramento. Mai cessare di porsi domande, anche se forse la risposta a quelle domande non verrà mai trovata. C'è un rincorrersi costante nell'opera, si smania costantemente la fuga ma si percepisce come fine ultimo l'esigenza di comprendere il significato dell'essersi avviati. Ho la netta sensazione che questo corpus di canzoni arrivi all'orecchio in modo intelligibile, umano, universale, perché offre spunti comuni a tutte le persone, senza alcuna distinzione. Sottolineo infine la per-sonale esigenza di dare circolarità all'opera, quasi in senso classico, da un inizio-partenza ad un traguardo-dipartita, creando richiami interni tra i brani a livello testuale, equilibrando le varie componenti dei pezzi anche in termini di sequenza sonora e se-mantica, con lo scopo di creare quasi una sorta di concept album anni 70. Schegge (di vita propria) era un insieme di canzoni autonome, In centro al labirinto l'esatto contrario. Credo sia un'operazione nel suo insieme un po'complessa da spiegare in dettaglio: il disco ha un apparente impatto popolare ma in realtà è pieno di risvolti esoterici.

E' risaputo che ti circondi di collaboratori eccellenti, molti dei quali vantano per di più una seria preparazione accademica. Eppure in questo tuo nuovo lavoro tu, che non sei un musicista, hai voluto cimentarti in prima persona con una quantità di strumenti che hai avvicinato in maniera istintiva e viscerale, comunque senza avere una preparazione tecnica specifica. Hai voluto marchiare ulteriormente l'autorialità del progetto attraverso un coinvolgimento più diretto anche sotto il profilo stretta-mente musicale? Oltretutto, tranne che in paio di pezzi, sei accreditato come unico autore, testi e musiche.

Per puntare ad un buon risultato è necessario avere una squadra di qualità, e io ho sempre avuto la fortuna di riuscire a coinvolgere nei miei progetti musicisti non solo molto preparati sotto il profilo tecnico ma soprattutto propositivi e umanamente validi. Si tratta poi di infondere entusiasmo e, attraverso costanza comunicativa, creare identificazione nel prodotto finale, l'album, il vero obiettivo principale. I dischi restano, non importa quante copie ne vendi. Se il risultato soddisfa tutte le persone che hanno preso parte al lavoro, l'appagamento abbraccia e premia il collettivo. Il ed è un biglietto da visita: rappresenta l'artista senza confine di luogo o tempo. L'idea di prendere parte strumentale ai brani in prima persona, oltre ovviamente a cantarli, nasce in parte da un vezzo quasi hitchcockiano, ma in primis trova le sue ragioni nella spinta ispiratrice e creativa o in più prosaiche esigenze di produzione chiuso in studio, lo da sempre seguo la realizzazione dei miei album in ogni singola fase e in questo caso mi sono spesso trovato nella condizione di valutare, scegliere e decidere l'inserimento di tracce direttamente al banco mix. Va da sé che ho fatto di necessità virtù mettendo mano ai vari strumenti che ritenevo di volta in volta adatti al miglioramento e completamento dei pezzi: leslie, glockenspiel, armonica, cembalo, flauto, piano, nacchere. Il tutto unicamente funzionale alla resa del I pezzo. Per quanto concerne la scrittura delle canzoni, sono partito a monte con una decina di brani di cui avevo steso testo, melodia, tonalità, accordi e bpm. Il resto l'hanno fatto la sala prove e la felice intuizione del singolo musicista, come il caratterizzante giro di basso di Stefano Andreatta in In centro al labirinto o le peculiari atmosfere violinistiche di Mirco Michieletto in Inno alla vita.

Da tempo prediligi situazioni comunicative confidenziali, selezionate: piccoli locali, teatri... Emblematico, in questo senso, mi sembra il ciclo di performance "da solo" collaterali a quelle col gruppo, dove affronti coraggiosi reading (di testi tuoi o di altri autori) con un discreto accompagnamento di pianoforte e niente altro. La pubblicazione, l'anno scorso, del tuo esordio letterario, la raccolta di poesie e racconti "Tra le pieghe del giorno", ha ricevuto una buona accoglienza. Piuttosto che un'esperienza estemporanea appare la quadratura di un cerchio che rifiuta compromessi di sorta con il marketing. Domanda a bruciapelo, anche brutale: quanto paga una coerenza così ambiziosa? E'una strada percorribile, soprattutto oggi? Professionalmente parlando, intendo.

L'artista che dorme sotto i ponti sacrificando tutto sull'altare della propria arte è un'immagine che non appartiene alla mia persona. Dico subito forte e chiaro che io per necessità e concretezza continuo a guadagnarmi da vivere svolgendo un altro lavoro. Questo tipo di scelta ti spinge ai confini della schi-zofrenia: vivi una costante scissione tra il tuo lato economico-pragmatico e quello immaginifico-creativo. Serve un mucchio di forza di volontà, disciplina ma anche incoscienza per dormire poche ore a notte e muoversi in contemporanea su due diversi binari lavorativi che richiedono tempo ed energie senza tregua. Ho imparato a convivere con questa realtà da diversi anni, ormai. I sacrifici sono stati tanti, soprattutto in termini affettivi, però la musica, così come la poesia, fanno parte integrante di me. L'ho accettato e lo ritengo un grande privilegio, un dono. Non guadagno soldi con l'arte, ma cerco di andare solo in pari con gli investimenti. Posso permettermi di scegliere cosa fare e come. Amo la condizione di indipendente e rivendico la pressoché assoluta libertà in quello che faccio. La strada è percorribile se non si punta ossessivamente al successo e alla fama che tutti conoscono. A me non interessano. Posso assicurare di avere avuto immense soddisfazioni anche senza passaggi televisivi o radiofonici che contano o aver mai inciso per una casa discografica di rilievo. Ho uno splendido rapporto col mio pubblico. Tramite internet alcuni miei ed sono finiti in Germania, Scozia, Svizzera, Stati Uniti, Messico e nell'est Europa. La dimensione comunque a me più cara e consona è il live: palco verità, concerto tradizionale o reading non fa differenza. Quest'ultima in particolare è una proposta artistica che mi gratifica molto perché si basa sull'accostamento nudo e crudo della parola alla musica essenziale, scarna, all'osso. Baso questi spettacoli sulla fusione di forma scritta e parlata, recitativi e improvvisazione vocale e musicale, note, melodie e armonie o semplice conversazione col pubblico. L'intento è di offrire un approccio diverso al mondo letterario, più dinamico e meno elitario, piacevole e accessibile a tutti, ma sempre di qualità e spessore sia nei contenuti che nell'esecuzione. Un invito alla riflessione su varie tematiche di vita e attualità senza possibilmente mai toccare la suscettibilità di alcuno. Scelta voluta, quest'ultima, visti i tempi di costante polemica in ogni dove. Un ritorno alla valorizzazione della cultura quindi, intesa in senso popolare, in un rapporto di fruizione immediata da parte del pubblico. Una performance vocale e musicale molto dispendiosa eppure sorprendentemente apprezzata perché sincera e giocata in prima persona senza filtri.

Spicca, nel ricco programma di In centro al labirinto, l'adattamento italiano di "Not Dark Yet" di Bob Dylan. Perché hai deciso di incastonare proprio questa canzone, così arresa e crepuscolare, in un disco che viceversa celebra il movimento?

Un paio di anni fa ho svolto degli studi comparativi tra metriche italiane e inglesi nella canzone d'autore nostrana e americana. Ho ricercato le numerosi traduzioni esistenti da una all'altra lingua, versioni e adattamenti di brani più o meno noti, lavorando anch'io nella medesima direzione. Mi sono imbattuto in questo splendido pezzo di Dylan che presentava caratteristiche peculiari nella possibilità di suonare fedele all'originale anche cantato nella nostra lingua, quasi un gemello, senza rischio di alterazioni poetiche o, peggio, deviazioni emotive. Lo trovavo calzare a pennello con un mio certo modo di scrivere ballate e testi intimisti. I versi racchiudono un compendio di travagliate esperienze di vita vissuta, con disperati continui spostamenti, latitanza di luoghi sicuri dove dormire, casualità nel trovarsi in un posto rispetto ad un altro, alternarsi di città e geografie, lontananza da casa e da un amore andato, perso, finito, mancanza di ancore di salvezza. Definitivo, crepuscolare e ramingo. Sono laconicamente i rischi che si celano dietro ogni viaggio.

Per finire, una curiosità un po' civettuola. So da sempre di una tua diffidenza, diciamo così, nei confronti della musica elettronica. Eppure, sorpresa! "In centro al labirinto", in coda al trionfo di corde e di legni che sappiamo, ospita, non dichiarato nei credits, un breve segmento ambient al laptop che funge da coda all'ultima canzone - peraltro molto bella -. Perché? Nuove aperture?

Intanto grazie. La coda di Stacca la spina, il cui titolo parla da sé, è nata in studio in fase di missaggio in un pomeriggio di quasi trance sonora. Luca Lenardi, l'ingegnere del suono che ha pazientemente tradotto in pratica le mie visioni spesso difficili da inquadrare, ha stretchato parti di pianoforte e violino per dare forma alla richiesta che gli facevo insistentemente da giorni: creare una rappresentazione musicale dell'aldilà che dilatasse l'ultima canzone dell'album, trasmutandola in qualcosa di volutamente indefinito. Una dimensione post mortem che somigliasse ad un corrispettivo delle misteriose immagini finali di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. L'elettronica si prestava bene allo scopo, allora mi sono detto: perché no? Non precludo mai alcuna strada per partito preso, sento solo vicina la mia sensibilità a mondi strumentali più tradizionali. Il fulcro del disco rimane pur sempre voce, chitarra, basso, batteria, violino, piano.