Al secondo album solista, dopo una militanza nei Quarto Profilo ormai alle spalle, il cantautore trevigiano Giorgio Barbarotta alterna musica e poesia, dischi e libri. Guidato da una lanterna deandreiana, e accompagnato da una band di bravi musicisti (tra i quali il batterista Nicola Ghedin degli Estra), Barbarotta è portavoce di un cantautorato robusto e sincero. A volte le sue canzoni fiorite, specie quelle con ambientazioni più esotiche, fanno venire in mente il Daniele Silvestri giramondo. L’immediatezza è come un bicchiere di vino rosso, in pezzi come l’ispanica Gente di Almeria, o Inno alla vita e Eldorado, nelle quali si avvertono risonanze di Massimo Bubola, o ancora come Balcanica, movimento armonico semplice e ritmi sghembi per una danza dell’Est. In Per le strade del mondo, il tempo di 6/4, già dondolante di suo, è rafforzato dal suono ninna-nanna del glockenspiel. De André – sempre quello buboliano dell’Indiano – fa capolino di nuovo in La via tra la seta e la luna, una serenata in cui il violino di Mirco Michieletto fa il controcanto alla voce. Ma il meglio di sé Barbarotta lo regala in episodi più in chiaroscuro, dove è meno semplice rinvenire numi tutelari (evviva): in Gea, poggiato su un bell’ostinato chitarristico di Stefano Silenzi, nel ripensamento che precede la notte di Non è ancora buio, nell’inquietudine tutta dispari (tempo in sette nella strofa e in cinque nel ritornello) di Bal Ashram, o nella suggestiva e rarefatta Fuoco di bivacco, con una chitarra dobro dai suoni ubriachi e i glitch che simulano il crepitio delle fiamme. Contatti: www.giorgiobarbarotta.it
